mercoledì 17 ottobre 2012

Tendenze di un certo genere

La metafora dello stato in cui sta l'Italia - non solo in merito alle tecnologie e all'informatica, o in merito al rapporto tra donne italiane e le tecnologie e l'informatica - è lo Smau.

In mezzo alla fiumana di giacche e cravatte, le sole donne che ho visto oggi erano tutte hostess: tutte ferme, tutte immobili, tutte in nero. Attorno a loro, tutti maschi, tutti di corsa, tutti che andavano da qualche parte. Dei salmoni che risalivano la corrente.
Impacciate o stufe (o entrambe), le bimbe belle avevano un sorriso alle 9 che alle 12 era diventato un ghigno da spasmo muscolare. Ma erano ancora con le mani piene di carta: dispenser.
Agli angoli delle scale, lanciate a dare informazioni già scritte su mappe dettagliate e stampate per lo scopo, da gente pagata apposta.
Dispenser, mostrano ai salmoni la strada, senza poterli accompagnare.


sabato 6 ottobre 2012

Colloqui del quarto tipo

Il potere si misura con l'attesa che si impone agli altri. A quanto pare, per alcuni è così.
Ragionano esattamente in questo modo: più ti fanno aspettare, più ti mostrano che per loro il tuo tempo non conta. Il loro sì, molto. Ergo: loro hanno potere, tu no.
Gerarchia stabilita, ruoli definiti.
L'ho sperimentato in un colloquio, dove per avere udienza, ho atteso tre ore.
Alla fine ero esausta (avevo preso un treno per venire lì), irritata, scontrosa, di base controllata ma pronta ad esplodere. Ah, tra l'altro il colloquio era per un master: per il master si paga l'ammissione, sostanzialmente.
La necessità di tutta questa selezione costruita, e il tempo richiesto ai candidati, se da un lato vorrebbero dare l'impressione di "vabbène che si paga per entrare ma non vogliamo proprio cani e porci", alla fine è passata per "tiriamocela più di quello che valiamo". E infatti è stato così.
Alla fine, quando l'addetto alla selezione è arrivato in sala d'attesa per stringermi la mano personalmente (forse si stava congratulando per la mia capacità di sopportazione) chiedendo scusa con l'espressione sconvolta sul viso e abbassando il volto, per poi dirmi di attendere altri dieci minuti, l'unica cosa che avrebbe meritato era un vaffanculo.
Franco e stanco.
Un vaffanculo franco e stanco è un amico. Arriva nel momento del bisogno, dritto al punto, ma senza stizza né rancore e ti dice una verità nuda e inevitabile, come l'aglio della bruschetta che si rinfaccia il giorno dopo che l'hai mangiata.
Quanto torna, il tizio mi accompagna personalmente nel suo ufficio e intanto si scusa, senza che io avessi detto "merlino!", per il fatto che gli uffici restanti erano vuoti e non c'era più nessuno.
"Guardi che se ora non c'è nessuno...ora lei vede che ci sono solo io, ma è perché gli altri lavorano da altre parti. Qui lavoriamo tutti! Sa, sono liberi professionisti e se non stanno qui non stanno mica a casa, ma a lavorare altrove!".
D'accordo. Premuroso. Ma chi t'ha detto niente?
Mi è venuta in mente la mia professoressa di latino e greco del ginnasio, che aveva un nome elegante, Danusia, nonostante lei fosse terribile come Attila, severa e pungente quando sbagliavi: non scappavi da nessuna parte.
insomma lei, mentre un alunno mugugnava scuse e giustificazioni dopo aver fatto il primo errore alla lavagna, diceva sempre questa frase in latino: "excusatio non petita, culpa manifesta".
Lapidaria. Cazzo se coglieva nel segno.
Quindi: chi t'ha chiesto niente? Coda di paglia. Qui non ci lavora più nessuno. Bene.
Questo è un coglione. Non me ne sono andata subito, solo perché ormai la mia giornata era andata persa, lì per lì ho pensato.
"Guardi, siamo nella stessa condizione...Io sono stanco, sono le cinque anche per me, mi comprenda!".
"Sì sì, faccia pure...". Stanca.
Ma il mio tempo, le mie tre ore, non me le paga nessuno, le sue sì.
In quelle tre ore in cui avrei potuto farne altri tre di colloqui, ho passato il tempo a riempire - per soli 30 minuti - un questionario; ad imprimere a un divano di finta pelle, la forma accurata delle mie natiche (senza alcuna soddisfazione del risultato); a guardare dalla finestra le foglie scosse dal vento, secche e croccanti sotto l'ultimo sole d'autunno caldo... ah, potrei essere là fuori, a correre o a passeggiare contando le cicche per terra...blabla (un viaggetto mentale senza bisogno dei biscottini di Proust) ; in quelle tre ore ho conosciuto altri due sfigati - nel senso buono - come me che erano lì per un colloquio. Un ragazzo e una ragazza. Tesi, socievoli come tra i condannati che aspettano il proprio turno; nervosi e stupidi un po'. In questo caso la selezione era per metà assicurata e però la sindrome è quella sempre.
Siamo o no noi, la risorsa? perché c'è la sindrome da /oddio non valgo un cazzo!/
Laurea triennale, laurea magistrale, in corso e a pieni voti, lode, master, esperienze all'estero, due lingue, un nobel, 788 di QI, il terzo occhio della mente attivo come un riccio a primavera...però no, non vali niente. Non ho esperienze!! O mio dio!!! Non ho esperienze!! C'mon! tutti in filaaaaa!! Corriamo a deprimerci!! DAI!!

(Ok la lettura di questo post e del colloquio che mi è capitato è deprimente. Ma il punto è che non siamo un lavoro. Siamo persone che vorrebbero fare un lavoro. Se smettessimo di identificarci con un ruolo professionale e iniziassimo a considerarci persone, sapremmo guardare con più distacco a questa situazione - che rimane critica - ma abbiamo ancora noi stessi, i nostri interessi, le passioni, un cuore, una testa che pensa e crea continuamente, qualche buon amico e qualcuno di speciale a cui pensare.)

Ultimamente mi sento una forma di energia che continua a funzionare solo da sola, come un sistema chiuso.
E il circolo esiste solo perché è il mio carattere o un pungolo esterno a farmi ripartire.
Io mi attivo e poi mi disattivo quando incontro persone come quella del colloquio.
In treno al ritorno, ero triste. Poi ci ho riso su. Lo imiterò a cena con gli amici; loro rideranno, io ci riderò.
La sera prima di dormire penso che sia una cosa triste e che probabilmente, mi ricapiterà, ma questo non deve avere a che fare con me. Sono loro il problema. Anche se loro poi, sono quelli che dovrebbero assumerti. Fortunatamente ho incontrato anche persone serie, va detto. Persone puntuali, che si sono scusate davvero per il loro ritardo, se c'è stato. Non so se la parola giusta per queste persone sia "umili" o "normali", io li chiamerei "bella gente".

Insomma la faccenda dell'attesa è una cagata pazzesca.
I militari quando vanno a fare un colloquio vengono sottoposti a questo trattamento: chi rimane fino all'ultimo,  aspettando tutto quel ritardo rispetto all'ora concordata, è più disposto a ricevere degli ordini. Farà meno di testa propria, rimarrà sul posto ad attendere istruzioni, cederà meno degli altri alle lusinghe di quella roba figa e antipatica che è il libero arbitrio.
Cosa dovrei aver capito io, dal fatto che ho aspettato tutto quel tempo?
Sono arrivata in sede alle 15,20: sono uscita alle 18,33. Ho perso due treni. Questionario di 30 minuti, colloquio di altri 30 minuti. Dovrei capire che non conto poi molto? che il mio tempo non ha valore e non è valorizzabile?
E il colloquio infatti è stato una fuffa. Segno evidente che se si tiene troppo a stabilire una gerarchia, non si nota tutto il resto, anche la cosa più importante: io ero lì per un corso che mi desse certe nozioni e che mi insegnasse qualcosa, loro hanno ancora bisogno di gente che li paghi.
In merito al colloquio. Beh. La stagione di prosa era appena iniziata e non me ne ero ancora resa conto.
Ero a teatro e lo spettacolo si era fatto attendere ma l'attore valeva l'attesa, col senno di poi.
"Questo master guardi, neanche dovrei dire nulla! Brilla di luce propria!".
Oddio. Alberto Sordi che fa il ganzo in Un americano a Roma non era così molesto.
"Se le faccio vedere la lista dei collaboratori, le faccio brillare gli occhi. ...Le faccio brillare gli occhi??"
Sì, mi faccia brillare gli occhi. Come brillano gli ordigni nucleari. Mi faccia esplodere, così le imbratto la scrivania.
"Addirittura? sì grazie..."
Mi passa il foglio.
La sacra sindone.
La apro.
Scorro la lista, volutamente senza sorpresa. ormai ho accumulato la carogna per l'attesa.
Non se ne va. Sono fatta così. Male, sicuramente, però devo dire che la mia bile ha un che di coerente e la coerenza oggi è roba d'altri tempi, vintage diciamo. Con questa brutta gente riporterò in auge lo scazzo perpetuo e costante. Mi rifiuterò, li rifiuterò.
"La donna è mobile qual piuma al vento"? Sì. Ve lo augurerete.

Comunque, chiudo i fogli, li poggio sul tavolo e glieli restituisco.
Sogghigna agitandosi senza motivo: "giusto per darle un'idea del..." (sfuma in sottofondo).

***
PICCOLA PARENTESI sullo SFUMARE IN SOTTOFONDO LE PAROLE.
lo sfumare in sottofondo è un'altra strategia dei selettori al colloquio: ti costringono a non fare il minimo rumore perché altrimenti non riesci a intuire come finisce la frase. Ti costringono a seguirli e a riempire i buchi delle loro frasi intuendo la parola giusta.

[DIALOGO NELLA MIA TESTA CON UMBERTO ECO:
U. - caRa cecilia ma è così che funziona la comunicazione!!!
C.- Eh no! "cooperazione testuale" un cazzo, caro Umberto. Questi sono degli ermetici balordi, punto!!
U. - Non voglio che si paRli in questo modo!! non me ne fRega niente se siamo nel tuo inconscio!
(scazzottata)].

La sfumatura verbale è lo strumento usato nei gruppi più spietati dei servizi segreti russi; è stata usata inoltre durante la scuola per passare la versione di latino e greco; infine, credo risulti una strategia telefonica erotica per mantenere viva l'attenzione dell'interlocutore e stimolarne la ricettività (ma su questo devo consultare la bibliografia in merito, magari al prossimo post).
A me è successo questo:
"Vede possiamo fare...[bzzzz ssshhh  BUIO ssshhh] il 20, ma il 26 settembre no, dopo di che, se lei non, e io nemmeno, allora... [bzzZz ssshhh BUIO ssshhh] siamo d'accordo?" (Sorriso finale  - fissandoti e cercando un feedback positivo).
Io: "Sì sì, certo siamo d'accordo, ho capito perfettamente". (altri sorrisi di conferma e annuisco come un cortigiano del Sol Levante).
Anche chi fa così, obiettivamente è una brutta persona, e le auguro i lavori forzati o almeno una modesta attività di mondina. Sibilare al riso forse sarà utile per scacciare i topi mentre lo raccogli con l'acqua ai piedi.
***
Tornando all'Albertone nazionale.
Ultimo atto.
Risata a sbuffo per inaugurare la frase, odiosissima: "lavoriamo solo con i migliori!"
E i più cari, aggiungerei.
"Come lei ben saprà...".
No. Questo no.
La formula che dà l'allarme in qualsiasi contesto.
Ora scappo.
Sono al primo piano: rapido calcolo.
Se mi butto dalla finestra cado in piedi, non dovrei farmi male. C'è il bus per la stazione qua davanti, è un attimo.
"Sì ma io l'ho capita, guardi".
Rabbrividisco.
Mi ha smascherata. E' fatta.
Chiederò scusa, dirò che c'ho ripensato e che devo andare via. Non è mica una tragedia. Al limite simulo un malore, senti...
"Sa io leggo tutti i movimenti del corpo, la prossemica, di lei ho già capito tante cose che lei pensa di non lasciar vedere".
Cristo!
tipo? Lo leggi "Fottiti" qui? lo leggi? Effe, ò, doppia t...

"Lei è una determinata, è posata e cortese, ma quando vuole lei va dritta al centro".
Lo fisso.
Mi fissa: "Ha trovato il centro?"
Sì. ma tranquillo: sentirai solo una fitta alla fronte.
"Mh..no no." Socchiudo gli occhi. Risatina.
"Lei non a caso è seduta qui. Lo sa che dove le faccio sedere le persone antipatiche?? Sulla sedia accanto a lei!! lei mi sta proprio simpatica, andremmo d'accordo, lo so!".

Ah. Allora è solo scemo.




mercoledì 26 settembre 2012

IN BIBLIOTECA CI ANDAVO PER GUARDARE MEGLIO LA GENTE

Una coppietta di tredicenni in Sala Borsa.
Lei ha gli occhi lucidi e lo guarda, adorante. Ha avuto i suoi fiori, rose rosse e nebbiolina. Se li stringe addosso: è davvero felice.
Lui, poco più in là, si aggira tra gli scaffali di “Studi sociali - Devianza”.
Nemmeno lei riesce a fare a meno delle uova.

lunedì 24 settembre 2012

Io mi porto sempre Kundera appresso

Quando lascerò questa stanza, lei tornerà muta.
La parola più usata in questi casi è "spoglia". 
Non sarà più la mia stanza.
Prima del mio arrivo c'era un'altra persona che dormiva in questo letto, c'erano i suoi vestiti nell'armadio.
Poi le mie cose l'hanno travestita. Anche l'odore e il profumo sono diversi: ora sento il mio, quello del trucco che uso, del deodorante che uso, del prodotto per capelli che uso.
Ora che l'ho spogliata non ha più niente da dirmi che mi riguardi. Non prova mica rancore per questo. 
Impassibile e franca: "Cecilia, cortesemente, quando te ne vai puoi chiudere la porta?".
Essere una stanza è brutto: ognuno pensa che sarai sua per sempre e ci mette dentro la sua roba.
Poi deve partire e la stanza sa che qualcun altro farà lo stesso. Poi partirà di nuovo pure quella persona, e di nuovo un'altra ne verrà. E così a lungo.
E' una puttana, la stanza in affitto.
Ecco perché i traslochi sono sempre un po' squallidi: si fa finta di niente mentre si imbustano le scarpe e si staccano i poster. Ci si riveste, si lasciano i soldi sul letto e si esce. Solo avere l'equilibrio psichico di Amelie Poulain spingerebbe la gente a piangere mentre si svuota una stanza.     
Cambiare stanza non implica rinunciare a qualcosa. Sei tu che ti sposti, selezionando le cose necessarie e che vuoi avere sempre vicino. Io per dire, mi porto sempre Kundera appresso.
Non sposti delle cose, ma categorie, gerarchie, giudizi, cose preziose che gli altri difficilmente - solo se ti feriscono - cambiano. Ti abituerai presto all'angolo del tuo nuovo comodino, ad avere la parete a sinistra invece che a destra.

La casa dei genitori, invece.
Quella della tua infanzia, dove ancora c'è il Tuo letto.
La Tua camera.
Quella dove sei cresciuto, dove ti sei fatto i primi problemi su tutto e su tutti, e vivere era giocare a farlo, o solo pensarci parecchio.
Protetto, eri "a casa" dove i muri conservano ordinatamente le alzate di voce e le riconciliazioni, come i veli di una pastasfoglia. Entrarci di nuovo è riconciliarsi con una compagna tradita da una vita. Che si tornerà a tradire, prima o poi. Perché sentirsi attaccati a qualcosa fa paura e ogni tanto giocare a rifiutarla, allontanarla, farle uno sgarbo non è mai abbandonarla del tutto, è come accettare che non si può fare a meno di lei. 







mercoledì 19 settembre 2012

STRATEGIE

E' la distinzione il nemico.
La gerarchia.
Questo vino è più dolce del primo che abbiamo preso.
Il film di stasera è stato più noioso di quello che ho visto martedì. 
Le mi scarpe sono più usate delle sue.
Lei ha le tette più piccole!
Lui era più basso di me...
Zia Teresa è più apprensiva di mia madre.
Oggi il cielo è più limpido.
La distinzione, la differenza, il confronto. Individuarli costa la ricerca di parametri, di analisi, di osservazioni. Di tempo. E' la distinzione, il nemico.
Se tutto fosse uguale a tutto il resto, tutto questo non servirebbe. Forse certe droghe hanno particolarmente successo per questo motivo: la confusione aiuta, essere annebbiati non ci permette di fare distinzioni, di stabilire priorità. La confusione non ti concede né di apprezzare qualcuno, né di escludere niente.
L'alzheimer oggi è un business.
Però, se ogni cosa è uguale alle altre, noi quella cosa ce la dimentichiamo. Dimentichiamo tutto e conserviamo pure le cartine dei cioccolatini e le bustine di zucchero. I francobolli.
Chissà cosa starà cercando quello che sta dietro a una collezione di francobolli. Ognuno di quei pezzi è il brandello di una vita che si è perso. E gli amici diventano la nostra memoria: per questo ci raccontiamo sempre gli aneddoti di cose fatte insieme. Ogni volta c'è qualche particolare che ci siamo dimenticati. Tutte le volte. Nessuno si lamenta di questo rituale narrativo e se qualcuno lo fa, finge perché sa che verrà zittito presto. Perché dimenticare è innescare nuove strategie per ricordarci qualunque altra cosa.
Sennò vi siete mai chiesti perché ci ricordiamo solo le fossette ai lati di certe bocche invece dei visi interi?
O il profilo delle dita delle mani, non le mani. O anche il modo in cui una persona ciondola la testa mentre cammina sovrappensiero, non la sua figura intera. Selezioniamo informazioni particolari e piccole perché ricordare tutto il resto sarebbe dispendioso. Facciamo economia, siamo schede di memoria al verde.

domenica 2 settembre 2012

"Insalata Trocadero"

Al balcone c'è un galateo cittadino che prevede una grande e sola regola, che nessuno ha stabilito in una riunione di condominio: ci si ignora con educazione.
Mentre fumo e faccio due passi, penso alle cicche delle sigarette che mio fratello ha lasciato nei gerani di mia madre: vuol dire che ci fuma spesso sul balcone, gli piace. Potrebbe rimanere a fumare dentro, e invece esce. Piace anche a me. Credo sia la nuova frontiera del relax, e tutti gli altri che hanno un balcone, anche minuscolo, lo sanno.  
Mentre faccio gli ultimi tiri arriva un signore sulla sessantina che a torso nudo pulisce le scarpe. Ci infila le mani e le sbatte l'una contro l'altra. Mi ha visto e io ho visto lui. Nessuno dei due saluta l'altro. Magari mi conosce da una vita, mi vede da quando ero piccola. Scommetto che i miei sanno come si chiama e che lavoro fa. 
Ha la pelle caramellata, è uno di quei tipi abbronzati tutto l'anno, un po' per carnagione forse, un po' perché forse lavora all'aperto. Fatto sta che vederlo così, oggi, domenica due settembre, fa tanto "domenica due settembre", e cioè:

/sono stato al mare ad agosto/, 
/ho dormito con la finestra aperta stanotte e ho avuto freddo!/, 
/fra poco piove/, 
/si sente che l'aria è cambiata/,
/lunedì torno a lavorare/
/stasera mi porto il golfino/. 

Arriva la vecchia del piano superiore.
Noto che con la tempistica si sono sincronizzati un casino: mentre lui rientra, lei apre la finestra e esce. 
Senza che loro lo sappiano li ringrazio per questo impeccabile cambio di scena. 

La signora è anziana e curva, ma ha la velocità dei movimenti di una che è stata tosta nella vita. 
Credo che non veda l'orizzonte da alcuni anni. Io vorrei morire subito se sapessi di non poter più vedere davanti a me, che ci sia il sole o lo stronzo che mi supera mentre siamo in fila allo sportello. 
Lei si vede solo i piedi e il pavimento. Conoscerà tutti i pavimenti di questa città, di tutti gli uffici e gli ambulatori medici, e dei supermercati e dei bagni dei bar.
Con uno straccetto umido raccoglie a mano le foglie secche e poi lo sventola fuori. Siamo in centro e lei che fa? sparge lo zozzo di casa sua in strada. Ma certo è domenica. E questa via ora è un cortile interno, io vi spio mentre fate cose vostre. Nessun altro ci vede, cioè tutti ci vedono, io vedo voi, voi vedete me, ma decidiamo di comune e muto accordo che non ci vediamo.
Come quando ti lavi le mani in un bagno pubblico: che tu sia in un locale o alla stazione, se ti guardi allo specchio mentre ti insaponi le mani e per sbaglio incroci lo sguardo di quella dietro di te, tu non la vedi.
Mica la saluti. Ma chi sei? I am a passenger, inutile stare a parlare. 
La signora alza lo sguardo - non dice nulla, anche lei rispetta il galateo del balcone - mi vede. 
Mi giudica, palesemente. Sono una, in maglietta, a fumare sul balcone. E fisso la gente. E' evidente che non porto calzoncini o pantaloni. E' fatta. Le parte in testa il disco della sua gioventù:

"all'epoca mia mica si stava così in pubblico,
ma guardale ste regazzette de oggi eccetera eccetera
il babbo mio eccetera me le dava che non uscivo di casa per una settimana
taratà taratà".

Ecco, è finito il pezzo, continua a pulire. 
La guardo in faccia e riusciamo a guardarci solo perché io sono al secondo piano e lei al quarto. Dio com'è curva. Soffrirà? le mancheranno le cose che riusciva a vedere prima, o ci ha fatto l'abitudine? io vorrei qualcuno vicino che riesca a descrivermi cosa mi sto perdendo. O forse non lo sopporterei. Sì, a quel punto meglio morire.
(Mi fa piacere quando mi confermo discorsi precedenti, lo apprezzo come apprezzo che mi allaccio le scarpe sempre nel modo più comodo per me. Sìsì, ottimo lavoro).
 
La signora ha un vestito di lino albicocca. Fa finta di niente, si rigira, rientra e sistema le tende del suo salotto. Sembra che lo faccia credendoci. Le stropiccia un po' con le mani, ce le passa sopra, forse pensa di togliere la polvere o di stenderle meglio.  

Domani la incontrerò al reparto frutta del superconti di via ferraris, mentre saremo in fila per pesare l'insalata "riccetta" o la "trocadero", che è un nome stupendo per un tipo di insalata, non so come la pensiate voi, ma è proprio figo. Insomma, le dirò che non si butta la robaccia di casa propria dal balcone, ma che il suo vestitino mi è piaciuto un sacco e che sì, dobbiamo continuare a ignorarci perché in silenzio mi sa che ci capiamo meglio. 

giovedì 30 agosto 2012

Madre speranza


Ci accarezzano le trecce e covano il nostro successo come il più bello dei rancori
Perché ogni vittoria sarà da dividere
Mamme forti, mamme tenere
La mia principessa non farà la commessa
Il periodo è quello che è ma tu non avrai problemi
perché ho il dovere di non farti perdere